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Questa statuetta ce l’ho da una buona quindicina d’anni. Ero bambino, e dopo numerose mie “moral suasion” mio nonno, se ben ricordo, comprò quel pacchetto da 5 pelliccole Kodak, che includeva anche questo piccolo oggetto. Da allora è sempre rimasto sulla mia scrivania.

A me è sempre piaciuto fotografare. Da bimbo, ho fatto fuori decine di macchinette usa e getta, (esistono ancora!)per poi passare a quelle macchine col rullino fuori standard, a forma di U, con la pellica che usciva sul lato vuoto. Avevo anche una di quelle macchinette tutta plastica con 4 obiettivi sponsorizzata dalle pappe per gatti Gourmet. Poi è arrivata la Yashica Zoomate 70, che era una di quelle macchinette tutte automatiche, decisamente bella, tant’è vero che mi venne rubata. Scottato dalla perdita, di cui ancora oggi soffro ad essere sincero, mi sono consolato con la vecchia Canon FT QL  degli anni 60′ che mi venne regalata da mio nonno, e che dopo un po’ di tempo venne addirittura fatta restaurare. Per diversi anni mi sono divertito tra esposimetri, cambi di obiettivi (standard, macro, tele) e di filtri.

Poi è scoppiata l’era digitale: ecco dunque la bridge Fujifilm Finepix S8000fd, con il suo stupendo e luminosissimo zoom 18x. Affiancata, un annetto fa, dalla mia prima reflex digitale, la Nikon D5000 con obiettivo 18-105 stabilizzato. Nei mesi si sono aggiunti uno stupendo cavalletto, che ha sostituito il robino ultraleggero usato fino ad allora, e il filtro polarizzatore.

Risultato di questo lungo processo: ho diverse centinaia di Giga e molti cassetti pieni di foto, album, pellicole. Perché a me fotografare piace. Non so se fra le mille foto che ho fatto ce ne sono di degne di Nadar, Cartier Bresson, Robert Capa o Mario De Biasi. Per me hanno prima di tutto un valore affettivo, un valore per la memoria, non solo storica ma anche d’immagine, e magari può essere che sì, ci sia anche un valore artistico. Ma è roba mia, sono robe un po’ intime, come se la foto, più che rubare l’anima al soggetto come sostenevano alcune tribù africane, immortalasse quella del fotografo.

Perché scrivo tutto questo? Perché oggi arriva la notizia ufficiale che Kodak è entrata in bancarotta, o meglio ha chiesto il Chapter 11, strumento statunitense di ristrutturazione d’emergenza delle aziende in crisi. Comunque vada Kodak dovrà cambiar natura. Onestamente è un bel ceffone. Al di là della storia industriale, molto affascinante, per me Kodak vuol dire la cinepresa Super8mm e la macchina fotografica a soffietto che il nonno conserva come reliquie, le insegne sopra i negozi dei fotografi e l’odore degli acidi per lo sviluppo. La Kodak Instamatic e la sua mitica versione sovietica venduta ai bordi delle strade dai polacchi coi banchetti ost-algici. Kodak vuol dire passare con la lente d’ingrandimento il negativo e pensare “ma come, è venuta mossa?”.

E pure rivedermi davanti lo zio Bigio e lo zio José con le loro borsone, le loro reflex e decine e decine di rullini e obiettivi. E anche il papà, a cui ho visto sostituire la pellicola nelle situazioni più impensabili alla sua Minolta. Usare la scatolina nera col tappino grigio (o anche nero, ma era più duro da levare) per tenerci le monetine, tante volte le 2, le 5 e le 10 lire che non usava nessuno (spese tutte con l’arrivo dell’euro). Oppure i chiodini, le graffette, gli spilli. E passare serate in casa tua o di parenti e amici e guardare le diapositive, al buio, proiettate sul muro o, nelle case di lusso, sul telo bianco. Tlac, tutto gira ed ecco la prossima.

Col tempo queste cose sono sparite. E mi sembra di trovare un tesoro quando, ogni tanto, saltano fuori queste reliquie della fotografia analogica, sparita in fretta e furia per lasciare spazio a quella digitale. Per fortuna le due digitali che ho permettono di disinserire il famigerato “auto” e di passare a modalità manuali o semi. Quindi, se non altro, rimane il gioco, quella sfida fra te e la luce, anche se il brivido del rullino (e la classica domanda “oddio, era da 24 o da 36?”) non c’è più. La schedina SD che ho nella Nikon tiene quasi 10mila foto in alta risoluzione, quella sulla Fuji qualche migliaio in media.

Ecco, boh, su Polaroid è stato meno doloroso. Perché tutto sommato gli occhiali da sole Polaroid ci sono ancora, e poi io non ho mai avuto la Polaroid, in casa mia aveva poco appeal. In compenso avevo i Polaroid a forma di Rayban. Quindi sì, la fine del settore foto di Polaroid mi è spiaciuta, ma è stata compensata. Ma per Kodak no. Kodak è il rullino, la scatolina gialla, il “cazzo è mossa”, il litigio con l’esposimetro, la gibigiana che ti sfugge e il litigio col papà su che Iso (o Asa come si ostina a dire lui) comprare.

Sapere che quel mondo è finito, mi spiace proprio.

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One thought on “Dentro di me c’è un fotografo che piange

  1. Pingback: Prova tecnica di integralismo fotografico « Il Codice Davini

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