1974: la Rizzoli compra il Corriere della Sera. Nasce un impero editoriale che nelle mani della famiglia dei discendenti del martinitt Angelo (allora già morto e sepolto) in soli 10 anni rischia di crollare in miseria, arrivando al rocambolesco salvataggio del 1984, una sorta di impresa alla “capitani coraggiosi” ante litteram. Una storia truce fatta di P2, gente che deve favori ad altra gente, mani che lavano altre mani e che in sostanza arriva abbastanza continua ad oggi, 2015. Una Alitalia durata 40 anni.

Oggi Rizzoli e Corriere della Sera si separano alla fine di matrimonio di convenienza travagliato e mai del tutto digerito. Oggi si piange. Ma chi piange ha mangiato, e tanto, alla mensa di RCS. Un mostro dalle mille teste tenuto assieme per decenni più da convenienze che da qualsiasi altra ragionevole ragione economica. Quindi: ok, Rizzoli che va a sparire e a fondersi con Mondadori, per di più una Mondadori di Berlusconi, è una cosa preoccupante. Ma davvero andava tanto bene prima?

RCS era nata col solo intento di mettere sotto il controllo di una proprietà un po’ più “allineata” il Corriere della Sera di proprietà della famiglia Crespi, che di sicuro non era un covo di pericolosi comunisti sovvertitori del patto Atlantico (siamo in piena Guerra Fredda), piuttosto degli editori liberali a cui interessavano più i conti, piuttosto che il controllo sulle rotative. L’idea di legare un “giornale” a un certo editore di “libri” era conseguenza di un calcolo, non era il calcolo.

I Rizzoli (figli, è sempre bene ricordarlo, che pur con tutti i loro tanti difetti erano ben altra gente rispetto a chi si vede in giro oggi) erano un po’ più arrivisti dei loro predecessori, di sicuro legati ad una cultura della revanche piuttosto che a quella del potere possidente lombardo. Proprio per questo più portati ad avvicinarsi alle espressioni più esplicite del potere, piuttosto che a osservarlo con sereno distacco da un salotto. Un imprinting che hanno lasciato e resiste intatto in via Solferino.

Con e dopo di loro il disastro. Il Corriere della Sera, salvo che in rare occasioni, non è mai tornato all’autorevolezza che poteva avere negli anni di Emanuel, Spadolini od Ottone, giusto per parlare di chi ha scritto la ricostruzione di questo Paese. Di sicuro non con Di Bella, forse un buon giornalista ma anche uno che non solo aderì alla P2, ma ancor peggio scrisse un libro (dai toni onestamente ridicoli) per discolparsi.

Allo stesso tempo RCS, intesa come editore, è sì stata e rimasta grande, ma non ha saputo veramente distinguersi in un mercato piatto come quello italiano, se non per essere caduta nella profonda crisi di un intero settore assieme ad ogni altro attore. Di fatto si è consolidata nella posizione consentita dall’immobilismo concordato da un settore incapace di avere reazioni, e negli anni sempre più legato al profitto e sempre meno alla promozione culturale (fatti salvi i piccoli e coraggiosi editori alla Sellerio).

Tutto questo per dire: a conti fatti, se anche è vero che da domani andrà peggio tutto (e sono certo che andrà peggio tutto), ci rendiamo almeno lontanamente conto di che cosa siamo stati in grado di sopportare per decenni prendendolo per normale?

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