Il miglior brand che esista al mondo

Il messaggio che lancia Carlo Gabardini è magnifico: l’accettazione delle diversità passa per il superare consuetudini e luoghi comuni. E la metafora è azzeccata: in un mondo che ti ha abituato alla marmellata, un domani potresti anche scoprire che a te piace la Nutella.

Che dire? Che ha ragione. Ma devo dire che questo video ha fatto partire due filoni di pensiero nel mio cervello: uno su quanto il buon vecchio Olmo di Camera Café sia stato efficace, l’altro su quanto Nutella sia probabilmente il brand più potente al mondo.

Sì perché Nutella è Nutella, Nutella è tradizione (pane e Nutella, dai nonni, alternativa degna e non fastidiosamente modernista al pane e marmellata), Nutella è evoluzione sociale. Scrivo di un marchio globale con un grado di penetrazione altissimo: è come dire Rolls Royce, una garanzia.

È impossibile non porgere un moto di rispetto e stima a Nutella e alla Ferrero, azienda e famiglia, che ne ha saputo costruire le fortune con una efficacia comunicazionale credo unica al mondo. Nutella non è indirizzata a un certo tipo di consumatore, Nutella è ecumenica. Nutella è il peccato di gola senza stigma sociale, Nutella è cultura e arte.

Senza contare che Nutella non ha bisogno di farsi pubblicità. Andate su youtube a fate una ricerca Nutella, poi mettete l’elenco in ordine di visualizzazioni, facendovi quattro conti. Nutella è un brand talmente perfetto che la pubblicità gliela fanno gli altri, ed è pure virale. Talmente perfetto che non è neppure omofobo, e qui Guido Barilla metterebbe un bel sic! tra parentesi.

E poi quando il video più visto di tutti è questo, tutto il resto non importa più.

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RAIvisionismo e pessima fiction

Non amo la fiction all’italiana. La trovo un rito di autocompiacimento provincialista, la fiera della finzione. Non amo le ricostruzioni artefatte e la riproposizione storica pesata e contropesata per accontentare tutti al ritmo di “mal comune, mezzo gaudio”. Ovviamente la fiction “Gli anni spezzati” andata in onda sulla Rai in questi giorni non mi piace. Ma non solo perché parla di Piazza Fontana, dell’anarchico Pinelli e di Luigi Calabresi come se fosse Guerra e Pace, roba inventata.

Di questa fiction mi ha infastidito il falso che non si vede, quello talmente evidente da passare inosservato. Milano, dagli anni ’60, è cambiata poco. Eppure è stata girata altrove. Persino le scene milanesi erano sbagliate: la Banca Nazionale dell’Agricoltura veniva ripresa da via San Clemente, e non da Piazza Fontana.

E ancora: il delitto di Calabresi, avvenuto nell’assolutamente identica ad allora via Cherubini, è stato piazzato in una vietta completamente diversa e non ben identificata. Per non notare che la camera si sofferma a lungo su un’auto decisamente odierna e su una sbarra di un parcheggio con tanto di lucine a led. Vie in salita (o discesa se volete) in una città di pianura, architetture che a Milano non si sono mai viste, luoghi di altre città usati come scene per ‘ricostruire’ la Milano di allora.

Se è vero che i luoghi influenzano gli avvenimenti, allora non mi stupisce che “Gli anni spezzati”, essendo stati girati altrove, non ritraggano la Milano e il clima di allora. D’altro canto, se la ricostruzione storica è stata fatta accuratamente come quella scenica, allora dobbiamo solo ringraziare che gli americani non abbiano valicato le Alpi con gli elefanti per aiutare Calabresi a respingere i Lanzichenecchi del feroce Saladino.

This is a mud world

La domanda è: ma una persona che ama le auto, a che santo deve affidarsi? La notizia è: dal 2015 basta Land Rover.

Io non sono un antitecnologico, ma così come preferisco il giornale in formato cartaceo rispetto al digitale, preferisco le auto in cui la variabile umana conta rispetto a quelle che si guidano da sole dandoti l’illusione di saper fare qualcosa al volante. Ma niente, anche la Land Rover Defender, orgogliosamente in produzione nelle sue varie versioni dal 1948, nel 2015 verrà messa in pensione. Le linee di Solihull si fermeranno, e non sono previsti eredi.

land-rover-series-09La ragione è che la cara vecchia 4×4 non sarebbe più in grado di star dietro alle necessità normative. Quella ufficiale. Quella pratica è che evidentemente investire su di lei non interessa. Mi ricorda il caso della Vespa PX: prima la Piaggio l’ha abbandonata, ha ceduto le linee all’indiana LML e se ne è lavata le mani. Poi l’erede asiatica è sbarcata, completamente aggiornata ed esteticamente fedele, in Europa con successo. Piaggio ha ricomprato i progetti a carissimo prezzo.

(In questo caso non sarà così, il gruppo Jaguar-Land Rover è già dell’indiana Tata).

E giustamente. Quello che non capisco è perché la Jaguar-Land Rover voglia rifarlo: abbandonare la Defender annunciando una ‘erede’, ma non prima del 2019. Perché non ci sarebbero le economie di scala. Questa glie la devono aver suggerita a Pontedera. Rimarranno le Range Rover, però non è la stessa cosa. A me questa storia mette tristezza. Perché un mondo che preferisce i Suv a un Land Rover è un mondo di pirla.

(Amici inglesi, mostri come la Leyland e la Robin ve li siete proprio meritati. Amica Fiat, rilancia uno dei tuoi prodotti migliori e smettila di piangere miseria)

Prova tecnica di integralismo fotografico

Siccome il finto buonismo sta passando di moda, ho deciso di rilanciare le mie due proposte di legge illiberali. Eccole a voi:

robert-capa-gerda-taro-1937
Robert Capa – Gerda Taro – 1937

Proposta di legge illiberale 1: vietare la reflex a chi non ha intenzione di imparare ad usarla.

Proposta di legge illiberale 2: eliminare la funzione “Auto” dalle reflex.

Non è che lo dico perché mi credo parte di una elité fotografica, però anche l’impostazione completamente manuale è, ad oggi, di una semplicità disarmante. Sulla prima reflex che ho usato, la già citata Canon FT QL, la regolazione era da fare sulla base di ciò che indicava l’esposimento: e cioè una righettina, nell’oculare, che avvicinandosi o allontanandosi da un determinato pallino, ti diceva quanto eri vicino o lontano dall’esposizione e dai tempi ottimali. Riassunto, una foto poteva richiedere anche un paio di minuti, e non i massimo 20 secondi necessari a regolare tempi ed esposizione sulla mia Nikon D5000. Senza contare che anche nella modalità completamente manuale posso fare affidamento su svariati filtri e, elemento da non sottovalutare, posso cambiare la pellicola (fattore Iso o Asa) quando e come mi piace.

Una reflex sulla modalità Auto è come un Suv: d’aspetto è un fuoristrada, di fatto è un oggetto che occupa tanto spazio e che potrebbe essere sostituito da qualcosa di più piccolo, maneggevole, economico e lontano dallo status simbol. Mi spiego in termini automobilistici. Se vuoi avere quattro ruote motrici e le gomme slick, allora una Porsche Carrera 4 è ciò che cerchi. Se però vuoi risparmiare e vuoi dare ai tuoi incolpevoli figli l’ebrezza di stare su un mezzo simile, allora compri un Suv tedesco. Il quale però, va benissimo quando si tratta di andare dritto in autostrada, e basta. Lo scorso dicembre ho visto signori Suv in grandiosa difficoltà sulla strada del Foscagno, classica strada montanara, per altro piuttosto larga, con solo una decina di tornanti. Niente. Troppo sconnessa per quei cosi, che costretti a montare ammortizzatori rigidi ad ogni buca sobbalzano come signorine spaventate. Senza contare che pneumatici larghi e lisci sulla neve o sul ghiaccio è come se non ci fossero. Stessa cosa se si guarda una prova in pista: i Suv sono enormi, con raggi di sterzata pari al raggio di curvatura terrestre. Sono costretti giocoforza a frenare e a pardere secondi preziosi. Inutili, come dimostra il video allegato.

Quindi se un Suv con le gomme slick è la negazione dell’automobilismo stesso, anche la reflex con la modalità Auto è la negazione della fotografia. Oggi esiste la Nikon1, finta reflex con modalità auto, o con le due modalità di priorità. E basta. Quella manuale non c’è neppure. Se è in questa direzione che va la fotografia, siamo fregati. Oggi quello che si vede è che chi accetta di imparare ad usare la sua reflex fa delle foto con dei bei colori (senza bisogno di Photoshop), ben contrastate e raramente bucate al bianco. Chi invece usa la modalità auto fa foto.. blu! Sì, perché non si sa per quale ragione chi imposta la modalità auto ama avere un filtro blu. Quindi il giallo diventa verdognolo, il rosso violaceo, etc etc. A prima vista sembrano colori sgargianti, ma con più attenzione sono 63433702.Ku64JWLt.FT_QL_2banalmente innaturali. Se si amano i colori innaturali (che pure non hanno mai ucciso nessuno) allora tanto vale scaricare Instagram sul telefonino. Ma usare una reflex per fare foto mediocri che una macchinetta ultracompatta da meno di 100 euro fa meglio, è come appendere un Raffaello in camera con le puntine: un insulto alla propria intelligenza, e uno all’oggetto stesso che si ha per le mani. Insomma, non basta una reflex per diventare Robert Capa.

P.S. Mi rendo conto autonomamente della durezza dei miei toni quando si parla di strumenti come macchine fotografiche, automobili, computer. Eppure ci tengo a far notare come sia mia forte convinzione che uno dei problemi che dobbiamo affrontare come società è quello dello spreco di risorse. Si chiamino esse petrolio, acqua, gas, territorio, boschi o reflex. La matrice culturale che porta allo spreco indiscriminato è la stessa, ed è quella che va affrontata.