Incontri ravvicinati del giusto tipo

Stanotte ho fatto molto tardi. Sono andato a veder suonare “La linea del pane”,  e alla fine prima delle 2 e un quarto non abbiamo lasciato il Granaio di Settimo Milanese. Non che fosse importante dirlo, ma così gli faccio anche pubblicità.

Corriere-rotativa-2Ad ogni modo accompagno la mia ragazza a casa, e all’alba delle 2.40 finalmente rincaso. Davanti all’ascensore incontro un uomo, sui 35 anni, filippino. In mano un enorme pacco di giornali. Timidamente gli chiedo: “Sei tu l’uomo dei giornali?” e lui, ancora più timido mi risponde di sì. Allora gli racconto che in 15 anni che ricevo il Corriere della Sera a casa, non ho mai visto la consegna. Lui mi sorride e mi spiega che in 20 anni che fa quel lavoro, sono sì e no la terza persona che incontra avendo la certezza che la mattina dopo leggerà il suo giornale. Gli chiedo per quante ore lavora, la notte, e mi dice che lavora per 7 ore, come tutti, e che tutto sommato non è male, perché guadagna bene, ha una famiglia e riesce a tornare a casa una volta all’anno. E che poi legge il giornale tutti i giorni, e questo lo aiuta a imparare l’italiano meglio.

Ci salutiamo e io entro col giornale, consegnato per una volta a mano dal signore dei giornali, e vado a dormire.

Ripensandoci oggi, penso che quell’uomo è la risposta. Perché guarda il lato positivo delle cose. Fa un lavoro che nove decimi dei milanesi non farebbe mai. Entra ogni notte nelle case di migliaia di persone, così silenzioso che nessuno si accorge mai di lui. Lascia giù il giornale e se ne va. Lo trovo magnifico, un magnifico esempio positivo. Un uomo che chiaramente fa il suo lavoro, lo fa volentieri e che affronta i difetti di quel lavoro, gli orari in primis, come una conseguenza collaterale ma sopportabile. Gli interessa di più avere una vita dignitosa, che pretendere di appartenere alla massa. Altrimenti non farebbe il lavoro che fa.

D’altro canto, cos’è più dignitoso: l’uomo che viene di notte a portare i giornali, o quello che vive nell’eterna attesa del prossimo aperitivo, con la pretesa di essere notato e che prima o poi tutto si trasformi nella casa del Mulino Bianco?

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Dentro di me c’è un fotografo che piange

Questa statuetta ce l’ho da una buona quindicina d’anni. Ero bambino, e dopo numerose mie “moral suasion” mio nonno, se ben ricordo, comprò quel pacchetto da 5 pelliccole Kodak, che includeva anche questo piccolo oggetto. Da allora è sempre rimasto sulla mia scrivania.

A me è sempre piaciuto fotografare. Da bimbo, ho fatto fuori decine di macchinette usa e getta, (esistono ancora!)per poi passare a quelle macchine col rullino fuori standard, a forma di U, con la pellica che usciva sul lato vuoto. Avevo anche una di quelle macchinette tutta plastica con 4 obiettivi sponsorizzata dalle pappe per gatti Gourmet. Poi è arrivata la Yashica Zoomate 70, che era una di quelle macchinette tutte automatiche, decisamente bella, tant’è vero che mi venne rubata. Scottato dalla perdita, di cui ancora oggi soffro ad essere sincero, mi sono consolato con la vecchia Canon FT QL  degli anni 60′ che mi venne regalata da mio nonno, e che dopo un po’ di tempo venne addirittura fatta restaurare. Per diversi anni mi sono divertito tra esposimetri, cambi di obiettivi (standard, macro, tele) e di filtri.

Poi è scoppiata l’era digitale: ecco dunque la bridge Fujifilm Finepix S8000fd, con il suo stupendo e luminosissimo zoom 18x. Affiancata, un annetto fa, dalla mia prima reflex digitale, la Nikon D5000 con obiettivo 18-105 stabilizzato. Nei mesi si sono aggiunti uno stupendo cavalletto, che ha sostituito il robino ultraleggero usato fino ad allora, e il filtro polarizzatore.

Risultato di questo lungo processo: ho diverse centinaia di Giga e molti cassetti pieni di foto, album, pellicole. Perché a me fotografare piace. Non so se fra le mille foto che ho fatto ce ne sono di degne di Nadar, Cartier Bresson, Robert Capa o Mario De Biasi. Per me hanno prima di tutto un valore affettivo, un valore per la memoria, non solo storica ma anche d’immagine, e magari può essere che sì, ci sia anche un valore artistico. Ma è roba mia, sono robe un po’ intime, come se la foto, più che rubare l’anima al soggetto come sostenevano alcune tribù africane, immortalasse quella del fotografo.

Perché scrivo tutto questo? Perché oggi arriva la notizia ufficiale che Kodak è entrata in bancarotta, o meglio ha chiesto il Chapter 11, strumento statunitense di ristrutturazione d’emergenza delle aziende in crisi. Comunque vada Kodak dovrà cambiar natura. Onestamente è un bel ceffone. Al di là della storia industriale, molto affascinante, per me Kodak vuol dire la cinepresa Super8mm e la macchina fotografica a soffietto che il nonno conserva come reliquie, le insegne sopra i negozi dei fotografi e l’odore degli acidi per lo sviluppo. La Kodak Instamatic e la sua mitica versione sovietica venduta ai bordi delle strade dai polacchi coi banchetti ost-algici. Kodak vuol dire passare con la lente d’ingrandimento il negativo e pensare “ma come, è venuta mossa?”.

E pure rivedermi davanti lo zio Bigio e lo zio José con le loro borsone, le loro reflex e decine e decine di rullini e obiettivi. E anche il papà, a cui ho visto sostituire la pellicola nelle situazioni più impensabili alla sua Minolta. Usare la scatolina nera col tappino grigio (o anche nero, ma era più duro da levare) per tenerci le monetine, tante volte le 2, le 5 e le 10 lire che non usava nessuno (spese tutte con l’arrivo dell’euro). Oppure i chiodini, le graffette, gli spilli. E passare serate in casa tua o di parenti e amici e guardare le diapositive, al buio, proiettate sul muro o, nelle case di lusso, sul telo bianco. Tlac, tutto gira ed ecco la prossima.

Col tempo queste cose sono sparite. E mi sembra di trovare un tesoro quando, ogni tanto, saltano fuori queste reliquie della fotografia analogica, sparita in fretta e furia per lasciare spazio a quella digitale. Per fortuna le due digitali che ho permettono di disinserire il famigerato “auto” e di passare a modalità manuali o semi. Quindi, se non altro, rimane il gioco, quella sfida fra te e la luce, anche se il brivido del rullino (e la classica domanda “oddio, era da 24 o da 36?”) non c’è più. La schedina SD che ho nella Nikon tiene quasi 10mila foto in alta risoluzione, quella sulla Fuji qualche migliaio in media.

Ecco, boh, su Polaroid è stato meno doloroso. Perché tutto sommato gli occhiali da sole Polaroid ci sono ancora, e poi io non ho mai avuto la Polaroid, in casa mia aveva poco appeal. In compenso avevo i Polaroid a forma di Rayban. Quindi sì, la fine del settore foto di Polaroid mi è spiaciuta, ma è stata compensata. Ma per Kodak no. Kodak è il rullino, la scatolina gialla, il “cazzo è mossa”, il litigio con l’esposimetro, la gibigiana che ti sfugge e il litigio col papà su che Iso (o Asa come si ostina a dire lui) comprare.

Sapere che quel mondo è finito, mi spiace proprio.

Da oggi il mio Pc è orfano (e anche il tuo Mac)

I’m not a person who particularly had heros when growing up.

Dennis-RitchiePer la serie che ci sono persone con cui si esagera, e altre che ci si dimentica. Dennis Ritchie (1941-2011) era una di quelle persone: lui non aveva miti, era pragmatico. Un programmatore e un hacker, il papà di quelle macchine che abbiamo davanti, fatte con uno schermo, una tastiera e un mouse.

È lui il papà del linguaggio C, che guarda caso nella sua versione Objective C è alla base degli Os di Apple. Quindi, a suo modo, era anche papà del celebratissimo Steve Jobs. E poi è anche il papà dell’Unix, su cui si basa Linux, il sistema operativo libero. Insomma, era il papà dell’Os come lo conosciamo oggi: da un lato Apple e Microsoft, dall’altro il mondo dell’OpenSource.

Per la serie che è facile trovare un opinion leader da celebrare. È più difficile, invece, celebrare un grande tecnico, che non ha fatto dell’appeal e dell’immagine  i suoi punti di forza. Lui non aveva un centinaio di capi d’abbigliamento identici che lo identificavano come “leader”: lui lo era grazie ai suoi risultati.

E la differenza è tanta.