RAIvisionismo e pessima fiction

Non amo la fiction all’italiana. La trovo un rito di autocompiacimento provincialista, la fiera della finzione. Non amo le ricostruzioni artefatte e la riproposizione storica pesata e contropesata per accontentare tutti al ritmo di “mal comune, mezzo gaudio”. Ovviamente la fiction “Gli anni spezzati” andata in onda sulla Rai in questi giorni non mi piace. Ma non solo perché parla di Piazza Fontana, dell’anarchico Pinelli e di Luigi Calabresi come se fosse Guerra e Pace, roba inventata.

Di questa fiction mi ha infastidito il falso che non si vede, quello talmente evidente da passare inosservato. Milano, dagli anni ’60, è cambiata poco. Eppure è stata girata altrove. Persino le scene milanesi erano sbagliate: la Banca Nazionale dell’Agricoltura veniva ripresa da via San Clemente, e non da Piazza Fontana.

E ancora: il delitto di Calabresi, avvenuto nell’assolutamente identica ad allora via Cherubini, è stato piazzato in una vietta completamente diversa e non ben identificata. Per non notare che la camera si sofferma a lungo su un’auto decisamente odierna e su una sbarra di un parcheggio con tanto di lucine a led. Vie in salita (o discesa se volete) in una città di pianura, architetture che a Milano non si sono mai viste, luoghi di altre città usati come scene per ‘ricostruire’ la Milano di allora.

Se è vero che i luoghi influenzano gli avvenimenti, allora non mi stupisce che “Gli anni spezzati”, essendo stati girati altrove, non ritraggano la Milano e il clima di allora. D’altro canto, se la ricostruzione storica è stata fatta accuratamente come quella scenica, allora dobbiamo solo ringraziare che gli americani non abbiano valicato le Alpi con gli elefanti per aiutare Calabresi a respingere i Lanzichenecchi del feroce Saladino.

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