Il viral marketing come piace a noi

Che al Fuorisalone non si parli di design è argomento noto. Il tema è: l’accoppiamento. Si badi, non per la prosecuzione della specie. No, il Fuorisalone è nichilista e potesse tiferebbe per l’estinzione. No, parlo proprio di gente che va lì per rimorchiare. Il rimorchio mica è facile, c’è chi riesce e chi non riesce, c’è chi ha la tattica e chi coglie la palla al balzo. Non che ci sia bisogno di spiegarlo. Perciò se tu vai come espositore al Fuorisalone e ti inventi il gadget perfetto per il rimorchio selvaggio, allora sei un genio.

Parlo di questo. La geniale collana-cucchiaino regalata dalla Sambonet. Sabato l’ho indossata tutto il pomeriggio al Fuorisalone. Ovviamente con l’intento di condurre un fine studio socioculturale degli effetti sulla società contemporanea di un cucchiaino portato al collo.

Ansa-Sambonet
L’oggetto del desiderio in una foto dal mio archivio personale

Il risultato è questo: con un cucchiaino al collo un maschio normale che passeggia per via Tortona e traverse attrae il gentil sesso, una ragazza il sesso opposto ed entrambi gruppi eterogenei pieni di soggetti in grado di soddisfare ogni visione del mondo.

Sia chiaro, io non sono andato oltre le due battute sul “sei la 900esima che me lo chiede”.

Per stare al passo i curiosi, una volta eruditi, si fiondano allo stand della Sambonet, mettono il like sulla pagina, e ottengono il cucchiaino-ciondolo. Chi per rimorchiare, chi per pura vanità, chi per entrambi.

Risultato dello studio: alla Sambonet sono dei geniacci del viral marketing. In un colpo hanno attratto a loro femmine in cerca di cose che luccicano da mettere al collo e maschi in cerca di femmine in uno stand che sembra un catalogo da lista nozze, tra piatti, bicchieri, altre posate e vasellami vari. Lascio intendere a chi legge gli effetti sui potenziali futuri clienti.

Io ci vedo del genio.

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RAIvisionismo e pessima fiction

Non amo la fiction all’italiana. La trovo un rito di autocompiacimento provincialista, la fiera della finzione. Non amo le ricostruzioni artefatte e la riproposizione storica pesata e contropesata per accontentare tutti al ritmo di “mal comune, mezzo gaudio”. Ovviamente la fiction “Gli anni spezzati” andata in onda sulla Rai in questi giorni non mi piace. Ma non solo perché parla di Piazza Fontana, dell’anarchico Pinelli e di Luigi Calabresi come se fosse Guerra e Pace, roba inventata.

Di questa fiction mi ha infastidito il falso che non si vede, quello talmente evidente da passare inosservato. Milano, dagli anni ’60, è cambiata poco. Eppure è stata girata altrove. Persino le scene milanesi erano sbagliate: la Banca Nazionale dell’Agricoltura veniva ripresa da via San Clemente, e non da Piazza Fontana.

E ancora: il delitto di Calabresi, avvenuto nell’assolutamente identica ad allora via Cherubini, è stato piazzato in una vietta completamente diversa e non ben identificata. Per non notare che la camera si sofferma a lungo su un’auto decisamente odierna e su una sbarra di un parcheggio con tanto di lucine a led. Vie in salita (o discesa se volete) in una città di pianura, architetture che a Milano non si sono mai viste, luoghi di altre città usati come scene per ‘ricostruire’ la Milano di allora.

Se è vero che i luoghi influenzano gli avvenimenti, allora non mi stupisce che “Gli anni spezzati”, essendo stati girati altrove, non ritraggano la Milano e il clima di allora. D’altro canto, se la ricostruzione storica è stata fatta accuratamente come quella scenica, allora dobbiamo solo ringraziare che gli americani non abbiano valicato le Alpi con gli elefanti per aiutare Calabresi a respingere i Lanzichenecchi del feroce Saladino.

Incontri ravvicinati del giusto tipo

Stanotte ho fatto molto tardi. Sono andato a veder suonare “La linea del pane”,  e alla fine prima delle 2 e un quarto non abbiamo lasciato il Granaio di Settimo Milanese. Non che fosse importante dirlo, ma così gli faccio anche pubblicità.

Corriere-rotativa-2Ad ogni modo accompagno la mia ragazza a casa, e all’alba delle 2.40 finalmente rincaso. Davanti all’ascensore incontro un uomo, sui 35 anni, filippino. In mano un enorme pacco di giornali. Timidamente gli chiedo: “Sei tu l’uomo dei giornali?” e lui, ancora più timido mi risponde di sì. Allora gli racconto che in 15 anni che ricevo il Corriere della Sera a casa, non ho mai visto la consegna. Lui mi sorride e mi spiega che in 20 anni che fa quel lavoro, sono sì e no la terza persona che incontra avendo la certezza che la mattina dopo leggerà il suo giornale. Gli chiedo per quante ore lavora, la notte, e mi dice che lavora per 7 ore, come tutti, e che tutto sommato non è male, perché guadagna bene, ha una famiglia e riesce a tornare a casa una volta all’anno. E che poi legge il giornale tutti i giorni, e questo lo aiuta a imparare l’italiano meglio.

Ci salutiamo e io entro col giornale, consegnato per una volta a mano dal signore dei giornali, e vado a dormire.

Ripensandoci oggi, penso che quell’uomo è la risposta. Perché guarda il lato positivo delle cose. Fa un lavoro che nove decimi dei milanesi non farebbe mai. Entra ogni notte nelle case di migliaia di persone, così silenzioso che nessuno si accorge mai di lui. Lascia giù il giornale e se ne va. Lo trovo magnifico, un magnifico esempio positivo. Un uomo che chiaramente fa il suo lavoro, lo fa volentieri e che affronta i difetti di quel lavoro, gli orari in primis, come una conseguenza collaterale ma sopportabile. Gli interessa di più avere una vita dignitosa, che pretendere di appartenere alla massa. Altrimenti non farebbe il lavoro che fa.

D’altro canto, cos’è più dignitoso: l’uomo che viene di notte a portare i giornali, o quello che vive nell’eterna attesa del prossimo aperitivo, con la pretesa di essere notato e che prima o poi tutto si trasformi nella casa del Mulino Bianco?